lunedì 31 maggio 2010
Tetrapiloaforistica #5: aritmetica caraibica
...che qua fanno dei rum e coca che uno basta, due ti rimettono al mondo e tre ti mandano all'altro.
domenica 30 maggio 2010
Post postalcolico, postprandiale ma soprattutto postumi
Questo post è nato ieri notte, fra le due e le cinque del mattino, aveva tutt'altro contenuto e un titolo completamente diverso; ma è lo stesso post, giuro, solo che s'è svegliato sfatto stamattina, e allora s'è dato una restaurata prima di presentarsi a voi, per non fare brutta figura.
Il titolo ieri sera era "Rum e cola, grasse bassline e puzzo di piscio" e dissertava sui piaceri di saltellare in cinquecento su un fazzoletto di terra battuta, dell'essere sudati e fangosi, dei cani che passeggiano nei centri sociali. E del fatto che io riesca a provare sconfinato amore per tutto questo senza nemmeno una qualche giustificazione psicoattiva; escludendo ovviamente l'alcol, che però non è noto per far provare amore, al massimo sesso, e solo se lo beve lei, possibilmente in quantità esagerate.
Questo ieri, ma visto che oggi ci sentiamo stanchi, io e questo post, e la luce ci fa male agli occhi, ci guardiamo l'ombelico; benvenuti quindi in un post ombelicale (volevo scriverlo in un post, prima o poi, e ora lo riscrivo anche, O-M-B-E-L-I-C-A-L-E, tiè).
Detto questo io e il qui presente post vi salutiamo e ci andiamo a stendere un paio d'ore, lasciandovi con la piacevolissima immagine di me che mi guardo l'ombelico (e se ieri sera avete trattenuto a stento la cena, con questa scena appena dietro gli occhi sicuramente il pranzo non lo trattenete), e comunicandovi che Tetrapiloctomia alla buona sta diventando una cosa terribilmente seria, e che questo è il suo centesimo post. [Applausi]
Il titolo ieri sera era "Rum e cola, grasse bassline e puzzo di piscio" e dissertava sui piaceri di saltellare in cinquecento su un fazzoletto di terra battuta, dell'essere sudati e fangosi, dei cani che passeggiano nei centri sociali. E del fatto che io riesca a provare sconfinato amore per tutto questo senza nemmeno una qualche giustificazione psicoattiva; escludendo ovviamente l'alcol, che però non è noto per far provare amore, al massimo sesso, e solo se lo beve lei, possibilmente in quantità esagerate.
Questo ieri, ma visto che oggi ci sentiamo stanchi, io e questo post, e la luce ci fa male agli occhi, ci guardiamo l'ombelico; benvenuti quindi in un post ombelicale (volevo scriverlo in un post, prima o poi, e ora lo riscrivo anche, O-M-B-E-L-I-C-A-L-E, tiè).
Detto questo io e il qui presente post vi salutiamo e ci andiamo a stendere un paio d'ore, lasciandovi con la piacevolissima immagine di me che mi guardo l'ombelico (e se ieri sera avete trattenuto a stento la cena, con questa scena appena dietro gli occhi sicuramente il pranzo non lo trattenete), e comunicandovi che Tetrapiloctomia alla buona sta diventando una cosa terribilmente seria, e che questo è il suo centesimo post. [Applausi]
sabato 29 maggio 2010
venerdì 28 maggio 2010
Tra Viale Zara e Marrakech
Tra Viale Zara e Marrakech (tarantella per il giovane leghista cinico)
di Danilo Cipollini
“Immagina Roma come un buco di culo, con il Raccordo Anulare a fargli da cintura, e dentro sei milioni di minuscoli cazzi che si dibattono per sfondarlo.
Milano pensala come un naso imbiancato di coca che tira su rumorosamente e si gode le ultime botte, Torino come il cervello operaio e buio di quel naso, strafatto di quel che Milano tira, messo a mollo nella nebbia.
Genova e Venezia sono occhi blu mare, con le pupille ristrette, che guardano fisso verso sud, verso Firenze, cuore pigro di questa nazione.
Napoli è un pene, mollemente adagiato su un fianco, senza spunti di vitalità, senza alcuna eiaculazione - tolte quelle che offre il Vesuvio.
Da lì in giù, il resto dell’Italia sono solo gambe. Gambe da donna, gambe da puttana, bellissime da guardare ma sostanzialmente inutili. Un corpo vive bene anche senza gambe. Lo sanno tutti.”
Diego rilegge quello che ha scritto. Non è male, è un buon inizio.
Pure i ragazzi della sezione lo chiamano “lo scrittore”, perché lui è quello che scrive sempre gli articoli che mandano al giornale.
Giornale… Giornaletto, ecco. “Voce Padana”. Un paio di centinaia di copie.
Però s’è fatto un po’ di nome, articolo dopo articolo.
Cristo quant’è tardi. Le nove. Qua in Padania, alle 9 si è già mangiato da oltre due ore.
Meno male che a casa sua si mangia tardi, di solito.
Diego si alza e raccoglie i fogli. Li infila nello zaino e spegne tutte le luci.
Due mandate di chiave e via, fuori, in strada.
Diego esce dalla sezione della lega nord di Biassono.
Il motorino fila veloce per le strade. Fende piazza Italia già deserta, tutta la brava gente lombarda al momento è in casa davanti alla tv. Gente onesta, gente generosa, che lavora duro.
Gente orgogliosa.
E che rende Diego orgoglioso di farne parte.
Diego ferma il motorino dietro un angolo tranquillo. Si tiene il casco in testa. Dallo zaino sfila una bomboletta spray. Verde, verde Padania. Inizia a camminare, senza fretta. Fa una cinquantina di metri. Riconosce un muro giallino e si ferma. E’ casa del suo amico Giuseppe,.
Peppe.
Peppe è nato a Catania. E’ un terrone. E’ venuto a nord coi genitori quando era piccolo, alle elementari stava in classe con Diego. Poi, si son persi di vita. Ha appena rilevato un bar, il bar che era di un onesto Padano… non va bene. Non va per niente bene. Quindi quelli della sezione di Diego hanno deciso di dargli un segnale. Per fargli capire che proprio non ci siamo.
E lo deve fare Diego.
Quasi gli dispiace. Lo conosce, da ragazzini stavano al banco insieme. Ma lo dice anche Umberto, il Senatùr “Chi vuole sposare la Lega poi deve seguire gli ordini”.
La mano guida il getto di spray sul muro. Poche parole costellate di un ottimo dialetto lombardo. Un invito esplicito a ripercorrere indietro la strada che lo riporta in Sicilia.
Diego corre.
Torna indietro al motorino, salta in sella, schizza via.
Il cuore pompa.
Diego accelera.
Diego.
Ogni volta che arriva davanti casa sente una fitta allo stomaco.
E’ sempre così. E’ sempre peggio.
Pensa ai suoi 19 anni, ai progetti che lo portano lontano da casa. Quanto ci vorrà ancora? Un anno? Due? Non importa. “Tegn dur, mai molàr”. Così si dice, da queste parti. Tieni duro, mai mollare.
E se lo ripete, mentre sale le scale.
Tieni duro, mai mollare.
Mentre cerca le chiavi
Tieni duro, mai mollare.
Mentre apre la porta.
Tieni duro, ma... ma…mma. Mamma.
“Ciao, mamma”.
La signora corpulenta si alza dal divano con agilità insospettabile e spegne la tv.
“UEEEE!! DIEGHI’!! Sì tturnate?? Bello a mammà! E come è andata, eh? Dillo, dillo a mammà! Tutto bbuono?”.
Diego Armando Esposito sospira.
La sua famiglia proprio non la regge più.
“Si mammà, andò tutt’bbuono”.
“Mi fa piacere assai. Vieni in cucina, che mammà ti ha fatto la frittata di pasta …”.
E Diego si consola un po’ pensando che almeno, la frittata di pasta alla polenta gli rompe il culo.
di Danilo Cipollini
“Immagina Roma come un buco di culo, con il Raccordo Anulare a fargli da cintura, e dentro sei milioni di minuscoli cazzi che si dibattono per sfondarlo.
Milano pensala come un naso imbiancato di coca che tira su rumorosamente e si gode le ultime botte, Torino come il cervello operaio e buio di quel naso, strafatto di quel che Milano tira, messo a mollo nella nebbia.
Genova e Venezia sono occhi blu mare, con le pupille ristrette, che guardano fisso verso sud, verso Firenze, cuore pigro di questa nazione.
Napoli è un pene, mollemente adagiato su un fianco, senza spunti di vitalità, senza alcuna eiaculazione - tolte quelle che offre il Vesuvio.
Da lì in giù, il resto dell’Italia sono solo gambe. Gambe da donna, gambe da puttana, bellissime da guardare ma sostanzialmente inutili. Un corpo vive bene anche senza gambe. Lo sanno tutti.”
Diego rilegge quello che ha scritto. Non è male, è un buon inizio.
Pure i ragazzi della sezione lo chiamano “lo scrittore”, perché lui è quello che scrive sempre gli articoli che mandano al giornale.
Giornale… Giornaletto, ecco. “Voce Padana”. Un paio di centinaia di copie.
Però s’è fatto un po’ di nome, articolo dopo articolo.
Cristo quant’è tardi. Le nove. Qua in Padania, alle 9 si è già mangiato da oltre due ore.
Meno male che a casa sua si mangia tardi, di solito.
Diego si alza e raccoglie i fogli. Li infila nello zaino e spegne tutte le luci.
Due mandate di chiave e via, fuori, in strada.
Diego esce dalla sezione della lega nord di Biassono.
Il motorino fila veloce per le strade. Fende piazza Italia già deserta, tutta la brava gente lombarda al momento è in casa davanti alla tv. Gente onesta, gente generosa, che lavora duro.
Gente orgogliosa.
E che rende Diego orgoglioso di farne parte.
Diego ferma il motorino dietro un angolo tranquillo. Si tiene il casco in testa. Dallo zaino sfila una bomboletta spray. Verde, verde Padania. Inizia a camminare, senza fretta. Fa una cinquantina di metri. Riconosce un muro giallino e si ferma. E’ casa del suo amico Giuseppe,.
Peppe.
Peppe è nato a Catania. E’ un terrone. E’ venuto a nord coi genitori quando era piccolo, alle elementari stava in classe con Diego. Poi, si son persi di vita. Ha appena rilevato un bar, il bar che era di un onesto Padano… non va bene. Non va per niente bene. Quindi quelli della sezione di Diego hanno deciso di dargli un segnale. Per fargli capire che proprio non ci siamo.
E lo deve fare Diego.
Quasi gli dispiace. Lo conosce, da ragazzini stavano al banco insieme. Ma lo dice anche Umberto, il Senatùr “Chi vuole sposare la Lega poi deve seguire gli ordini”.
La mano guida il getto di spray sul muro. Poche parole costellate di un ottimo dialetto lombardo. Un invito esplicito a ripercorrere indietro la strada che lo riporta in Sicilia.
Diego corre.
Torna indietro al motorino, salta in sella, schizza via.
Il cuore pompa.
Diego accelera.
Diego.
Ogni volta che arriva davanti casa sente una fitta allo stomaco.
E’ sempre così. E’ sempre peggio.
Pensa ai suoi 19 anni, ai progetti che lo portano lontano da casa. Quanto ci vorrà ancora? Un anno? Due? Non importa. “Tegn dur, mai molàr”. Così si dice, da queste parti. Tieni duro, mai mollare.
E se lo ripete, mentre sale le scale.
Tieni duro, mai mollare.
Mentre cerca le chiavi
Tieni duro, mai mollare.
Mentre apre la porta.
Tieni duro, ma... ma…mma. Mamma.
“Ciao, mamma”.
La signora corpulenta si alza dal divano con agilità insospettabile e spegne la tv.
“UEEEE!! DIEGHI’!! Sì tturnate?? Bello a mammà! E come è andata, eh? Dillo, dillo a mammà! Tutto bbuono?”.
Diego Armando Esposito sospira.
La sua famiglia proprio non la regge più.
“Si mammà, andò tutt’bbuono”.
“Mi fa piacere assai. Vieni in cucina, che mammà ti ha fatto la frittata di pasta …”.
E Diego si consola un po’ pensando che almeno, la frittata di pasta alla polenta gli rompe il culo.
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giovedì 27 maggio 2010
Quel che deve restarti, poi (Hole iz that j’adore)
Quel che deve restarti, poi, alla luce del sole, è quella meraviglia che t’ho disegnato sul volto, in una “O” perfetta. Perché nessuna, e dico nessuna, ha mai saputo sorprenderti come ho fatto io. Quel che deve restarti, non andarlo a cercare nel disordine scomposto della nostra follia. Non andarlo a cercare nelle confezioni scartate dei preservativi – che stringevano troppo -. Non siamo stati presi dalla notte per essere dimenticati. Il giorno è solo un intervallo, fra i nostri bisogni, e la mattina, questo non può cancellarlo. Si, le cose che devono restarti, non cercarle nelle impronte delle mie mani. È un viaggio che abbiamo fatto insieme e sono sicuro, che li, sul muro, trovarai le tue stesse orme. Quel che deve restarti, non è nei numeri da circo in cui ci siamo prodigati. Siamo stati piuttosto un puzzle che non combaciava, ma che, per come l’abbiamo messa, s’incastrava. Vedi, che poi alla fine, la vita è come le lenzuola che abbiamo lasciato. Stropicciata. E dove tirarle, l’abbiamo deciso noi. E aspetta a dire che la cena non è rimasta. Hai presente quando t’ho detto che andavo a rifarmi il trucco? Ho mentito. - A proposito, hai lo scarico rotto, chiama l’idraulico, ti ho lasciato il numero sullo specchio -.
So che ora, t’ho lasciato un vuoto dentro e so come ci si sente. Ma se i discorsi non sono rimasti, quel che ancora c’è, è che deve farti ricordare di me, è quella tua camminata strana, testimonianza d’una circonferenza brasiliana. Soltanto una cosa, non ti resterà di sicuro.
Sono i cinquanta euri sul comodino.
Un bacio sulla cappella,
Fernandinho do Brasil
So che ora, t’ho lasciato un vuoto dentro e so come ci si sente. Ma se i discorsi non sono rimasti, quel che ancora c’è, è che deve farti ricordare di me, è quella tua camminata strana, testimonianza d’una circonferenza brasiliana. Soltanto una cosa, non ti resterà di sicuro.
Sono i cinquanta euri sul comodino.
Un bacio sulla cappella,
Fernandinho do Brasil
Quel che resta poi
Quel che resta poi, alla luce del sole, sono piatti sporchi che nessuno si è preoccupato di lavare e calici ombrati di rosso: il mio solo di vino, il tuo anche di rossetto, a disegnare il contorno delle tue labbra.
Quello che resta poi sono candele consumate, un letto sfatto, lenzuola da lavare per togliere via le macchie del tuo piacere; e finestre da aprire, per togliere l'odore di sudore e sesso che si attacca alle pareti.
E poi, una scatola vuota, piena delle acrobazie lessicali che solo i produttori di profilattici sanno fare, e le confezioni quadrate strappate, a ricordare la natura usa e getta della serata; e i segni sulla schiena, i muscoli stanchi e la forma netta delle tue mani sul muro appena dipinto, V-A-F-F-A-N-C-U-L-O!
Non è rimasta la cena, mangiata distrattamente, digerita e poi consumata seguendo il ritmo più semplice, antico e animale che ci portiamo dentro: una teoria di singoli colpi protratti all'infinito, fino allo sfinimento.
Non sono rimasti i discorsi e le parole di carta, dette senza nessuna ragione se non quella di farti dare un tono, per fingere la mia necessità di corteggiarti e sedurti, per nascondere che tu, qui, sei venuta solo per avere un uomo fra le gambe.
Quello che resta poi, quando il sole viene a cancellare tutte le illusioni e le menzogne, è la tua paura, e il bisogno di un letto per sentirti ancora giovane e attraente, e la mia solitudine, che con le palle vuote e gli ormoni sfiancati, è libera di urlarmi in faccia tutta la sua terrificante esistenza.
Quello che resta poi sono candele consumate, un letto sfatto, lenzuola da lavare per togliere via le macchie del tuo piacere; e finestre da aprire, per togliere l'odore di sudore e sesso che si attacca alle pareti.
E poi, una scatola vuota, piena delle acrobazie lessicali che solo i produttori di profilattici sanno fare, e le confezioni quadrate strappate, a ricordare la natura usa e getta della serata; e i segni sulla schiena, i muscoli stanchi e la forma netta delle tue mani sul muro appena dipinto, V-A-F-F-A-N-C-U-L-O!
Non è rimasta la cena, mangiata distrattamente, digerita e poi consumata seguendo il ritmo più semplice, antico e animale che ci portiamo dentro: una teoria di singoli colpi protratti all'infinito, fino allo sfinimento.
Non sono rimasti i discorsi e le parole di carta, dette senza nessuna ragione se non quella di farti dare un tono, per fingere la mia necessità di corteggiarti e sedurti, per nascondere che tu, qui, sei venuta solo per avere un uomo fra le gambe.
Quello che resta poi, quando il sole viene a cancellare tutte le illusioni e le menzogne, è la tua paura, e il bisogno di un letto per sentirti ancora giovane e attraente, e la mia solitudine, che con le palle vuote e gli ormoni sfiancati, è libera di urlarmi in faccia tutta la sua terrificante esistenza.
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