mercoledì 30 giugno 2010
Da un discorso con Tazio: misoginia evolutiva
"Quindi mi sono preso una gatta."
"E com'è?"
"Mi sveglia alle tre di mattino, mi salta addosso, mi riempe di graffi e morsi e poi, quando è soddisfatta, pretende le coccole prima di addormentarsi sul mio lato del letto."
"Praticamente una donna."
"Già, gli manca solo la parola."
"Io te lo dico sempre che sopravvaluti il pollice opponibile"
Tetrapiloaforistica #13 : Corrispondenze (sforando)
lunedì 28 giugno 2010
Non saprò cosa hai fatto, William
- C’è la storia dell’uomo morto, fra quelle che so. Que pasa, amigos? Non ci vuoi credere? L’ho visto una volta, te lo giuro sui miei guevones. E’ la storia di un uomo che non tiene nome, ma se una scorreggia facesse scintille, ecco, quello sarebbe il suo nome. Se è una storia triste? No, hombre, non lo è. Non c’è nessuna er.. come dite… es… romantica. Non c’è sogno, in quel che dico, non c’è passione, y sientimento. Non c’è passato nemmeno Dio, in questa storia, intiende? Tutto era nove, dieci anni fa. Forse venti, non che importi poi, in questo buco di culo di posto. Ero seduto proprio li, dove sei tu adesso. Era caldo, torrido, come siempre, ma di più. Le mie chiappe erano sudate, e avevo bevuto solo il giusto, quel che basta a sopravvivere. Al tempo eravamo dieci peccatori e due preti in tutto il villaggio e il mezzogiorno stava zitto come un bastardo. Ma non quella volta. Quella volta era vento, y ronzio. Y tintinar.
L’orco guardava l’ospite, sornione. E con lentezza indicò la porta del saloon, l’avventore seguì lo slancio con gli occhi. Il mondo stava fuori ed il deserto con il suo niente, si muoveva un passo dietro al tempo. C’era rosso e liquore per cielo, la sabbia in turbine danzava gitana e insolente. Allora, l’ospite sentì.
Y tintinar.
Ma non era come se l’aspettava. Non era uno scampanellio. Sembravano invece nacchere. Secche, regolari, dipinte all’orecchio con mano ferma. L’ospite mise mano all’impugnatura di sandalo d’una pistola precisa, e si precipitò all’uscio. La campana vibrò i suoi rintocchi come fossero preghiere. Come sono fatte le parole, così arrivò l’aria, ma muta.
- Non.
Il forestiero mormorò orrore nel sentire il suo naso violentato dal fetore della carne marcia. Alla sua destra, una ragazza sulla veranda, nel velluto e nel raso, all’ombra dei suoi stessi capelli rossi, fermava i minuti stando immobile su una seggiola a dondolo.
- Cosa? – Le chiese, ma troppo tardi. C’era già lo scheletro, in fondo al viale. Piccola bestemmia scintillante, sepolta nel cinturone della pistola, cappello e bavaglio, stivali consunti. L’orco si gettò fuori dal locale ringhiando le parole, come si vomitano le sbronze. Annuì a quelle ossa e sparò fulmini imprecisi, schioccando le dita. Ma di ben altra abilità sono capaci gli uomini soli e sparano dritto, nel centro del cuore. Così l’uomo morto non si fece pregare e lasciò alla neve che prima o poi sarebbe venuta, un cadavere nuovo. Il fumo della canna, così sinuoso parlava di tutto quello che un’espressione d’un teschio non può dire. Lento, quello, arrivò al saloon, col giovane ospite che si ritrovò non più così giovane nel vederselo passare ad un palmo, così pieno di niente. Lo scheletro prese i capelli della ragazza e una commovente faccia putrefatta venne scoperta. Se la trascinò via ghermendola per quel lungo rame; i piedi di lei, che tracciavano l’assoluzione per la terra asciutta, smuovendola dalla sua ignavia, perdevano tessuti e vermi. Così il forestiero rimase in quel posto, per sempre, solo con il pensiero che spesso l’amore non somiglia all’amore.
Questa è la storia di Willie.
domenica 27 giugno 2010
TETRAPILOSPITATA #1: Roberto Procaccini
DE FALLATIONIS CONSOLATIONE IN ARTE PORNOGRAPHICA
[ovvero "avere un cazzo per idrante"].
di Roberto Procaccini
L’arte è specchio della civiltà che la esprime. E’ piena di simboli, valenze, riferimenti a schemi culturali più ampi, all’immaginario tutto. E’ così, sempre, in qualsiasi epoca e di fronte a qualsiasi grado di complessità.
E’ per questo che esistono attualmente scienze quali la semiotica, la simbologia, è per questo che si registrano moltitudini di studi interdisciplinari sulla comunicazione attraverso immagini, suoni, parole. Perché un artista, in maniera più o meno consapevole, infonde nella propria opera più di quanto esplicitamente espresso, e allora dopo tocca ricostruire e interpretare tutti i collegamenti.
Oggidì, per ragioni che chi scrive non riesce ancora a comprendere nonostante l'impegno profuso, si incontrano grandi difficoltà a riconoscere pari dignità (e soprattutto ad applicare gli stessi strumenti) alla pornografia.
Eppure è chiaro che proprio una branca della cinematografia che si interessa di un argomento così delicato (l’essere umano - per lo più maschio, ma non necessariamente - e i suoi pruriti genitali) offre degli spunti di analisi eccezionali.
Nel nostro piccolo si proverà ad infrangere questo muro, e a mettere sotto lente di ingrandimento un aspetto della pornografia in particolare: l’emergere negli ultimi anni di una certa vena “pietistica”.
Intendiamoci. Il porno è una rappresentazione artistica di un realismo esasperato, a tratti esagitato, con vette che toccano spesso il surreale, di una delle principali attività dell’uomo: il Sesso. Lo si definisce in questo modo perché è chiaro che non solo è fortuna di pochi avere certi attributi, ma è pura fiction l’idea che possano essere universali certe attitudini.
Il sesso del porno è molto distante da quello praticato dalle persone comuni lontano da set, fari e obiettivi. Proprio qui sta il suo appeal (sebbene il genere “amateur” – dove ragionieri con la panza si fottono le mogli in pensione in 27 secondi netti – sia sempre molto apprezzato) : marcantoni con membri di pari dimensioni del tronco di un bambino di dieci anni, generose ragazze in grado di ospitare nei propri orifizi senza particolare difficoltà plurimi arnesi naturali e meccanici, tenuta allo sforzo aerobico e anaerobico fuori dal comune (anche se i più smaliziati sanno che l’arte del montaggio in questo aiuta molto), disposizione al sesso senza se e senza ma (soprattutto senza mal di testa, bambini che possono sentire, stanchezza, pigrizia o altro) etc etc. E’ questo, e molto altro, l’offerta del porno.
Si sarà però notato che il porno è un cinema molto attento a non disturbare il proprio pubblico. Emerge chiaramente dal fatto che nei film zozzi il ruolo dell’attore maschio è limitato unicamente a quello di portatore di cazzo (eretto). Le inquadrature sono tutte destinate alle attrici (ai loro sguardi, ai loro sospiri, al loro corpo, alla loro fica). Sono le attrici il vero protagonista principale: sono seguite dall’inizio alla fine, sempre al centro dell’obiettivo. L’interprete maschile, invece, compare giusto nelle inquadrature più ampie, altrimenti è destinato a comparire dall’ombelico in giù, mentre il suo braccio armato compie il proprio dovere. E’ veramente raro trovare un regista che decida di dedicare un piano sequenza all’attore nel proprio amplesso: e, quando capita, lo si trova di cattivo gusto, un fotogramma sprecato. Il primo piano dell’uomo che geme viene valutato come una caduta di stile. E, d’altro canto, se il pompino è un must ineliminabile da qualsiasi pellicola porno (prima, dopo e a volte durante l’amplesso), molto più raro è incontrare un cunnilingus.
Ed è proprio sull’onda lunga di questa tendenza, dunque, che nasce un sub-filone particolare. Questo, secondo chi scrive, nasce dalla volontà di mettere assolutamente a proprio agio uno spettatore che, altrimenti, potrebbe essere turbato dall’atletismo di gonzi ben più dotati e capaci di lui. Sicuramente chi legge (e finiamola di fare la parte “e no, io film porno non ne guardo!”) avrà sentito parlare dei POV. Questi sono dei filmati, spesso brevi, solitamente privi di trama e centrati unicamente sull’action, dove in soggettiva (POV è l’acronimo di Point Of View) il porno-attore riprende il proprio amplesso. Ce ne sono di completi (dove, ovvero, è filmato un rapporto vaginale), ma il più delle volte, e non è un caso, i POV riguardano solo seghe o pompini.
Riepiloghiamo. Uno spettatore carica il video e si trova 7-8 min di inquadratura fissa: di fronte al bacino e alle gambe dell’attore che tiene la telecamera (ci risiamo: dall’ombelico in giù), una o più ragazze espletano il proprio lavoro.
Si tratta di un vero e proprio atto di democrazia e cortesia. L’inquadratura soggettiva non serve tanto a favorire l’immedesimazione tra spettatore ed interprete, quanto a neutralizzare al massimo la sensazione di invidia del pene e inadeguatezza che in una persona possono suscitare le imprese di Peter North. Nei POV l’attore finisce per essere unicamente il proprio cazzo: niente di lui, se non la voce, arriverà in video. E per di più un cazzo dritto, ma perfettamente inerte: non un colpo di bacino, non un’impresa sportiva, niente di tutto ciò. Niente che possa far pensare allo spettatore “io questo non lo saprei fare”. In realtà i POV potrebbero essere girai con dildo vibratori, data l’assoluta passività dell’uomo, ma non lo si fa perché, ovviamente, ciò renderebbe il video meno interessate.
L’attore rimane immobile, seduto o sdraiato, mentre l’attrice lavora di gomito, fino alla liberatoria sborrata conclusiva. Lo spettatore non si trova di fronte un rivale che sottolinea la sa medietà erotica; anzi, potrà pensare con una certa libido e soddisfazione “anche io saprei farmi spompinare in questo modo”.
Che cosa impariamo, allora? Che in questa società dello spettacolo, del business, della competizione sfrenata, del tutti contro tutti, dell’homo homini lupus, del mors tua vita mea, del liberismo sfrenato, c’è ancora spazio per la misericordia e per la comprensione. Come se i giocatori professionisti di calcio organizzassero una serie dove, tra colpi di tacco e maestrie, non si riesce a correre per 90 minuti, ogni tanto ci si fanno due risate, tra primo e secondo tempo ci si prende a gavettoni e la diretta sky finisce in pizzeria tra rutti, sbronze e scoregge.
Un cinema nato sull’esaltazione del corpo, delle misure, di prestazioni fuori dal comune, dove il gigantismo e l’ipertrofia sono la norma, che decide di fare un passo indietro per andare incontro al proprio pubblico.
In questo mondo c’è ancora spazio per la poesia.
venerdì 18 giugno 2010
Album di Famiglia. La Nonna.

Da uno scritto ritrovato dietro una fotografia che Tazio Martini portava sempre con se. Queste parole vengono intese dai più come gli ultimi pensieri scritti della nonna di Tazio, scomparsa nel Settembre del millenovecentosettantuno.
In odore di lacrime in partenza, sfoglio tutti i cristi dei miei ricordi, ora che il suono forte della gola, arride alle costole che scricchiolano e infrangono il petto mio - pare che loro siano in più coraggio di me - . Le carezze del grigio si respirano quando Settembre muore; lo spazio dell’aria lasciato ai seni, ai polmoni che sobbalzano s’io singhiozzo. E’ la riva che mi sommerge a soffocarmi dei miei stessi sensi, mentre la spuma si prende gioco di tutto quello che pensavo mi fosse dovuto, avvolgendomi i piedi fino alle caviglie, per poi fuggire e ritornare, come in una vecchia canzone, chiamandomi, mordendomi, velando di lieve la coscienza, che ancora mi sento in diritto di chiamare tale, non so per quanto ancora. Lo sguardo che svolge quel incompiuto si infrange, senza soluzione, verso l’immenso dell’ignoto tutto attorno. Ho poca voglia di restare in piedi, meno ancora di rialzarmi. Quando piansi per la prima volta, la colpa fu di un amore finito. La seconda, fu per un amore morto, sepolto e inchiodato da una lapide. Ma cosa posso fare per un amore disperso? Forse aspettare ancora che sia la guerra a riportarmelo. Chiederlo indietro ad ogni soldato che è per la via. Mangiare in tremiti ogni necrologio, carezzare foto di giornale, aspettando notizie. Mio dolore, ti ho donato in pasto questa metà di secolo, tanto tempo da confondere la vita, la storia e la leggenda. E se le membra avvizziscono, non dimentico il sapore del tuo dire. Siamo così piccoli, che per risuonare nel vuoto, urliamo preghiere, che ancora non accontentano questo cielo di carta e fuliggine. Il mondo si muove sotto ai miei piedi d’avorio, o sono io che cammino, non ho modo di capirlo, mentre vengo a prenderti, nel fondo di questo mare che m’ha aspettato quanto io aspettavo te. Io t’avrò, tu avrai me, E tutt’attorno un applauso di luci, mentre balleremo la nostra canzone, nuotando a diecimila anni di profondità.
Questa Non E' Una Storia Porno
La risacca, s’era portata un cartello da Bisanzio nell’anno più o meno appena svaccato. Nuvole selvagge aravano la terra, in un nero seppia antico, da averlo in fotografia. Decrepite bisbetiche sfidavano la vita, a colpi di malocchio, sussurrando il malcontento di un’esistenza assente. Sputavano controvento preghiere sboccate, così strette in mezzo ai denti da vibrare giù per i campi.
Le vecchie, prima degli altri, lo videro.
Montarono i denti a nacchere e suonando l’alleluia si mossero, come l’ombra curva d’un corpo solo, verso quell’evento che la pietà di Dio concesse loro. Scivolarono, fluttuarono, mani giunte, come meduse terrene, fino ad arrivare in ciocche di cipiglio dove che il mare salivava stanco, e moribondo si ritirava, per esser ventre e carnefice di qualcuno che qualcuno non vuole essere più. L’acqua carezzò perl’ultima volta il bagnasciuga, allontanandosi assieme alla sabbia, la via, i germogli, scappando in eleganza da sotto i piedi delle austere, lasciando la scenografia al castello cittadino, di grigio vestito, dalle orecchie in drappeggi rossi. Mura senza fortuna, cui hanno tolto il senno. Le megere, avevano il sospiro sopito fra le guance, ad appassire in odore di aglio, impastato, mentre avide leggevano, tenendo ognuna con la mano il verbo di cartone. Se le parole avessero le gambe, fuggirebbero dal mio dire, da tanto turpiloquio ne seguì. Invettive e maledizioni scapparono al vento, mentre esse lanciarono con inaspettata forza, quello scritto oltre le mura. Questo cadde nel cortile, senza frignare, si riposò nella terra per un ora mezza, a spogliare il cielo con i pensieri, fino a quando lo trasse in aria una mano di uomo, così forte da sembrare sincera. Era il Cavaliere delle Righe Storte, il più nobile degli sconosciuti. Senza complimenti, il cartello si innamorò di lui. Occhi di paure ben celate, capelli di Bretagna, e voce, ah che voce, fatta di spezie orientali. Senza pentimenti, allora si lasciò leggere, li, su due piedi, sfumando pudore in voluttà. La rivelazione che colpì il cavaliere, non colpì la cavalcatura, che partì sotto suggerimento del frustino. In quel giorno vigilia di niente, il cavaliere prese il cammino, portando seco il cartello, in una muta di paesaggi, volarono il mondo, arrivando ben due volte dove fumava il vecchio culo del sole. Trovarono la casa di una bambina e dopo aver bussato alla porta, il cavaliere poggiò sullo zerbino il cartello innamorato e fuggi senza voltarsi, piangendo lacrime di liberazione. La bimba aprì la porta. Era fatta di vetro e sorriso, ma di un vetro che sapeva di carne e di un sorriso che parlava tristezza. Aveva tutta la vita di dietro, dentro la casa, ammucchiata in sogni tremanti, divisa in sacche da viaggio mai usate. Spiravano colonne di nostalgia dal caminetto acceso, rubando all’aria l’immobilità del freddo. La bimba raccolse il cartello, per non vedere disordine, ma non sapendo leggere, con cortesia lo ripose sul tavolo. Lui si accomodò su un morbido centrino godendosi il sollievo alla schiena, provata da tanto girovagare. Lei si accostò al telefono chiamando il dottore, esprimendosi in versi di donna, controllando nella tasca il suo pacchetto vuoto di Lucky Strike. Il dottore comparì poco dopo, giù nell’orto, mangiando un’arancia con la buccia. Con il naso poggiato sotto gli occhiali ed una figura così minuta da poter rendere ridicolo il senso stesso del termine, si apprestò in fretta e furia a visitare il cartello, leggendolo con scienza esatta. Mentre il volto dell’uomo si preoccupava di non preoccuparsi, il cartello avrebbe voluto chiedere notizie sulla sua salute, ma gli riuscì appena di rimanere com’era sempre stato nei confronti del mondo: disincantato e senz’altro da aggiungere. Il dottore era sveglio, nonostante non l’avesse mai dimostrato. Con un cenno, chiamò le vecchie dall’altra parte del mondo e sussurrò al cavaliere di prestargli attenzione, dovunque esso fosse. Organizzarono in fretta il da farsi. La mattina nemmeno fece in tempo a scalare l’orizzonte, quando li sentii urlare, tutti assieme, sotto la mia finestra. Aprii gli occhi e mi ritrovai sveglio che fornicavo col cuscino. Balbettai il passo di pigiama fino ai vetri, che aprii a fatica. E in effetti c’erano proprio tutti; la bambina, le vecchie, il cavaliere, il dottore. L’unico restio ad urlare era il cartello. Fecero proclami e minacce, suppliche ed invettive, fintantoché, non dovetti cedere. Avrei rimesso a posto le loro vite, mi sarei ripreso cartello e maledizione. Fu il cavaliere, più prestante di altri, a lanciarmelo. Mi sporsi considerevolmente e con una mano riuscii ad afferrarlo. Era unto, insabbiato e leccandolo sapeva di sale. Non come quando l’avevo scritto. Salutai tutti con la mano e mi sedetti alla scrivania, sospirando l’emozione d’abbandono che provavo. Così li aiutai. Resi loro una morte degna, cancellandoli da ogni storia scritta, distruggendo ogni traccia della loro memoria. Ne salvai solamente due. Una, spero un giorno non mi venga a trovare, spero rimanga lontana da questo posto, e spero che arrivi a sera con i piedi dolenti per i chilometri lasciati alle spalle. L’altro è qui con me, ora pulito ed appeso al suo posto, con il suo petto che a tutti dice “Scemo chi legge”.
Tetrapiloaforistica #12 - Causa e Effetto
Tazio Bruno Martini, "Le ineccepibili ragioni del gin tonic