lunedì 29 marzo 2010

Frizioni

FRIZIONI
di Danilo Cipollini

all'Onestà.


Sento un grande rumore e capisco: le donne sono macchine.

Sono affetto dallo stesso male che affligge tutti, al mondo: da che vivo, cerco di dare un senso alle cose.
E’ un percorso complicato, comune più o meno a tutti.
Ho iniziato all’asilo – Questo è un Fiore. Questo è un Gatto. Questo è un Tappeto.
E da lì in avanti, sempre dando un senso. Perché Giulio Cesare ha passato il Rubicone. Perché l’acqua gela sotto gli zero gradi. Perché le note sono sette.

Fin qui, le risposte erano semplici. Qualcuno ce le forniva, un adulto, o un libro.
E’ quando subentrano i rapporti umani, o meglio: il desiderio di comprenderli, che tutto si complica.
A quel punto, non c’è libro che tenga.
E quel che ci dicono non sempre corrisponde a verità.

I rapporti umani, quelli complicano davvero tutto.
E una cosa soprattutto ti confonde l’esistenza: le donne.

Poi sento questo rumore fantastico e capisco che le donne sono macchine.
Chiariamo: macchine non nel senso di robot. Macchine nel senso di automobili.
E in quanto tali, sono fatte per il movimento.

Tutte vogliono viaggiare, muoversi, partire.
C’è chi vuole partire per lavoro, cambiare città, paese, continente. E magari, arrivata lì, parcheggiarsi.
Chi invece lo fa per godersi il viaggio in se stesso, e lungo il tragitto scoprire qualcosa di nuovo.
Chi vuol partire, magari, solo con la testa. Abbandonarsi e, cosa magnifica, sentirsi “trasportata mentre trasporta”.
Ma tutte vogliono partire, cambia solo il modo.

C’è chi ama la guida sportiva, chi quella rilassata. Chi s’inceppa ai semafori della sua vita.
Ci sono donne che vanno in prima – niente allusioni al reggiseno, please.
Si, le donne da “prima”, donne operaie, forti come trattori, poco brillanti se vuoi, ma affidabili.
Non si spengono neanche sotto l’acquazzone.
E così via, in avanti, donne da seconda, terza, donne da quinta – bellissime, eleganti, spesso silenziose: ma che consumano – TI consumano – in maniera terribile. Costosissime da guidare.

Ci sono addirittura donne da retromarcia. Le regine del passo all’indietro.
Quelle che svicolano. Che fanno inversione.

Ma, soprattutto: le donne hanno la frizione.
E’ così, hanno la frizione.
E per noi, ogni nuova compagna, è un’automobile nuova.
La vedi e ti innamori, decidi che la prendi.
Vuoi salire a fare un giro.
Non sto dicendo certo che le donne non abbiano volontà, siamo chiari. Le portiere si aprono solo e soltanto se loro lo vogliono. Tipo “Kit” di Supercar.

Talvolta lo permettono, e quand’è così tu sei felice. Felicissimo.

Allora sali. Sistemi gli specchietti retrovisori (fuor di metafora: all’inizio di una storia ognuno da uno sguardo al passato dell’altro).
Sistemi il sedile, cerchi di sentirti comodo in questo nuovo spazio, a tuo agio, cerchi di sentirti STABILE.
Agghindi la macchina con oggettistica varia, feticci della storia che vivi: nella mia prima macchina avevo un Arbre Magique verde, e nella mia prima storia, un sacchettino di velluto viola.
Addirittura, ultimamente, le due cose coincidevano : tenevo in macchina una conchiglia che mi regalò lei, una notte, sulla spiaggia. Il nostro primo feticcio amoroso. Bei ricordi.

E’ a questo punto che, reso comodo l’ambiente, SLACCI la cintura (non l’allacci, no, qui la slacci. Il codice della strada e quello dei sentimenti, su questo punto, divergono).

Quello è il momento che segna l’inizio vero della storia. Dal primo bacio, il primo rapporto carnale.
Finché la macchina è spenta, non stai guidando. Non corri pericolo (ma nemmeno provi l’ebbrezza).
Ecco che arriva il vero problema: hai messo in moto con una “chiavata” (pessimo gioco di parole), e ora devi governare la frizione. Schiacci. Metti in prima. Stacchi il piede.

La macchina si spegne. Tutto troppo veloce.

Per esempio:
“Caro, vado fuori due giorni con le mie amiche”. E’ come vedere la macchina impuntarsi. Litigate tutto il tempo via sms. Ti risvegli sbronzo la mattina dopo e… quasi quasi scenderesti dalla macchina
Ma sarebbe da codardi. Non sia mai detto. Ci riprovi. Stavolta, ti dici mentalmente, andiamo con più calma.

Frizione. Prima. Stacco, lentissimamente.

E la macchina si spegne di nuovo.

Troppo lento, la macchina s’è ingolfata. Per divertirci: spostiamo il tutto nel rapporto. Facciamo un esempio. Iil problema potrebbe essere, che ne so, che non sei “presente” nella sua vita, non hai i suoi ritmi. Questa andava bene, finché la macchina era ferma ma… ora che si muove… Non vai bene.
Sei fuori.
Dormi due notti sul divano, finché la cervicale non ti ricorda che sei vivo. Torni sui tuoi passi, mendichi una seconda opportunità.

Ci riprovi con la frizione.
E ci riproverai, ancora.
Perché è così, è più forte di te.
Siamo nati, noi uomini, con l’illusione del controllo – guidare ci piace.
Credo che la differenza sia tutta in questo: gli Uomini sono convinti di sapere dove stanno andando. In realtà il posto è sbagliato, non sanno la strada, sono contromano. Ma loro continueranno ad andare, a voler pilotare lì la loro vita, rifiuteranno caparbiamente di chiedere informazioni. Sempre. Continueranno a provare.
Le donne, che sono macchine, hanno invece una grande forza: quella di ammettere di non sapere bene cosa vogliono. Gli manca la visione d’insieme che il guidatore invece ha (ma non ha il controllo, povero lui).
Loro, sanno che vogliono “andare”, questo si.
Che sono nate per muoversi, per progredire, per evolversi. Ma come … è un mistero. Per questo, messe davanti a un bivio, probabilmente accosteranno al ciglio della strada, metteranno le quattro frecce, cercheranno di capire. E, ovviamente, essendo donne, sbaglieranno il parcheggio.

Comunque, senza tirarla troppo per le lunghe: in questo grande rumore quel che ho capito è semplicemente che le donne sono macchine, e quando sei davanti a una storia nuova è buona norma stare, per un po’, a bassissimo regime, in un parcheggio. Prendersela con calma. Fare qualche prova. Familiarizzare con la frizione, diciamo così, prima di buttarsi nel traffico indiavolato della vita normale.
Io questa buona abitudine non l’ho mai avuta. Sono sempre stato smanioso di togliere quella “P” da principiante dietro al lunotto posteriore e lanciarmi negli slalom.
Ma stavolta, stavolta ho capito. In questo raccapricciante rumore io ho capito e vorrei dirlo a tutti, vorrei gridarlo al mondo ma… mi accorgo che la gola, non risponde. Ci provo con più forza ma niente da fare. Non si muove un muscolo. Non riesco a fare nulla.
Piano piano diventa tutto scuro.

I vigili del fuoco ci hanno messo quasi tre ore a tirarmi fuori dall’abitacolo. Che potessi essere ancora vivo, era escluso a priori: non si sopravvive a un incidente così.
Fumando sigarette concordarono che la morte con me era stata cortese: non mi aveva sfigurato.
Il viso era intatto, nemmeno graffiato.
Ero morto perché il volante, nell’urto, mi si era conficcato nel plesso solare, spappolandomi le costole e spaccandomi a metà il cuore.

Sono morto col cuore spezzato, io.

Ma si, i vigili del fuoco erano d’accordo: sembravo quasi bello, tutto sommato. Lo dicevano proprio “Peccato, un così bel ragazzo”.
Sono gente dura,gente abituata a vederne, di cose del genere, tutti i giorni. Capisco che la mia morte possa non averli toccati più di tanto. Lo capisco eccome.
Solo quello che per primo che mi ha raggiunto e tirato fuori, è sembrato rimanere colpito da una cosa: avevo in mano una conchiglia.
La tenevo chiusa nel pugno, quasi come a volerla proteggere al momento dell’urto.
E infatti, la mano era ridotta a brandelli.

Ma la conchiglia, quella era perfetta.

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